LA BELLEZZA DI UNA COPPIA CRISTIANA E DELLA FAMIGLIA CHE DA ESSA NASCE

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LA BELLEZZA DI UNA COPPIA CRISTIANA E DELLA FAMIGLIA CHE DA ESSA NASCE

Appunti dell’incontro, non rivisti dall’autore

INTRODUZIONE (Don Leone Nuzzolese, Parroco della parrocchia S. Giuseppe di Sesto)

Il titolo di quest’incontro è «La bellezza di una coppia cristiana e della famiglia che da essa nasce»: la bellezza e la fede di cui parliamo è quella della famiglia Martin. Questa famiglia ha molti santi e per questo credo che sia un unicum nella storia della cristianità: Teresina, Zelia, Luigi Martin ed è in corso anche la causa di beatificazione di un’altra figlia, Leonia.

Il lavoro del vicepostulatore è molto impegnativo, è come una tesi di laurea. Bisogna raccogliere tutti i dati e i documenti, con un meticolosissimo lavoro d’indagine. Non c’è opera più accurata di quella della Congregazione delle Cause dei Santi. Migliaia sono le pagine che devono essere compilate. Quindi, per prima cosa ringraziamo padre Antonio Sangalli, vicepostulatore della causa di beatificazione dei coniugi Martin, per aver fatto questo oneroso lavoro.

La santità è il tema più bello della vita cristiana: è il Vangelo che cammina, in movimento. Come la Rivelazione passa attraverso la vita delle persone, così anche il Vangelo passa attraverso le nostre vite e ci converte verso l’orizzonte della santità.

PADRE ANTONIO SANGALLI (Vicepostulatore della causa di beatificazione di Luigi e Zelia Martin, genitori di santa Teresina di Lisieux)

Per parlare dei coniugi Martin bisogna prima di tutto capire che cosa vuol dire vivere la grazia immensa del Sacramento del matrimonio. Questa coppia è diventata santa non solo attraverso il battesimo, ma anche attraverso la grazia sacramentale del matrimonio. Esso non finisce nel momento in cui si esce dalla chiesa, ma continua tutta la vita fino a che uno dei due coniugi rimane in vita. Per i Martin il matrimonio è continuato anche attraverso la vedovanza.

Non si può però parlare di questa coppia senza averli presente. Invito i due amici che sono venuti qui con me, a portare le reliquie dei santi Zelia e Luigi. In questo modo non parleremo in astratto: abbiamo un poco dei loro resti. Spesso mi viene chiesto che senso abbia portare le reliquie. Avete presente cosa succedeva nei nostri paesi quando un disperso in Russia tornava a casa? Si chiamava la banda, il sindaco, si celebrava una Messa. Oppure pensate a Roma, dove la tomba del milite ignoto è vegliata giorno e notte dai militari e ci sono delle candele votive. Allora anche la Chiesa non fa qualcosa di strano: ci pone sotto gli occhi il destino dell’uomo. Non il cimitero. I loro resti vengono portati in giro. Anche nelle chiese, vicino all’altare, nel luogo in cui si celebra l’Eucarestia, vengono conservati dei piccoli frammenti di santi.

Il tema è quello della “bellezza”. Le centosessanta lettere scritte da Zelia sono un breviario commovente, che mostra come questa donna ha vissuto l’amore coniugale, il rapporto con i figli, il lutti, le amicizie … Di Luigi invece ci rimangono solo quindici lettere, ma sono molto commoventi e preziose. Menomale che non esisteva il cellulare: oggi non c’è più il tempo per sedersi, di notte, rubando tempo al sonno come faceva Zelia, per raccontare alle figlie più grandi cosa succedeva a casa e cosa faceva loro padre.

La santità di cui parliamo non è quella del monachesimo, ma è la santità più naturale a cui l’uomo è chiamato. Chiamati, perché i coniugi non si scelgono tra loro, ma vengono scelti da Dio. La loro santità è quella della vita quotidiana, della loro vita domestica. Luigi e Zelia non sono diventati santi perché andavano a Messa tutti i giorni, pregavano tutti i giorni etc. Certo questo ha aiutato, ma prima c’era un modo di vivere la fede che non rimaneva circoscritto alla Messa della domenica, come una parte della vita. La fede diventava protagonista della propria vita e della convivenza in famiglia. La Messa e la preghiera venivano trasformate in vita. Luigi amava molto viaggiare (mentre Zelia no) e quando rimane vedovo compie due viaggi importanti. Uno nel 1877, nel momento in cui Teresa manifesta il desiderio di diventare monaca. Poiché i vescovi e i superiori non volevano, il padre la porta a Roma perché chieda al Papa il permesso. Qualche anno prima però, spinto dalle figlie, Luigi fa un altro lungo viaggio fino a Costantinopoli. Questo fa anche capire il tenore economico di questa famiglia: per un viaggio del genere ci volevano infatti molti soldi. Luigi da vedovo non lavora più, ma riesce a conservare il patrimonio, non spreca per nulla la fortuna che in diciannove anni di lavoro insieme alla moglie aveva accumulato. I Martin erano la terza famiglia di Alençon, ma come mentalità non erano per niente borghesi: erano cristiani autentici che vivevano in semplicità e sobrietà.

Luigi e Zelia non si conoscevano da giovani, il fiume che passava per Alençon li separava anche fisicamente. Tuttavia entrambi avevano il desiderio di consacrarsi al Signore e scoprire che cosa Lui volesse da loro, cercavano la strada e si facevano aiutare, ma non si sono intestarditi quando hanno capito che la vocazione non era quella che pensavano in un primo momento: hanno continuato a lavorare su di sé. Poi si sono conosciuti, innamorati e dopo tre mesi di fidanzamento sposati. Tutto questo era cammino di santità: santità che abbracciava tutta la vita quotidiana, anche la più banale e monotona. Diciannove anni di vita coniugale e nove figli di cui quattro morti da piccoli. Luigi era un amministratore di banca, ma viveva coscienziosamente il suo lavoro e non faceva speculazioni. Questo vuol dire essere cristiani! Non bisogna considerare i soldi come qualcosa di male, ma avere in mente che esiste una modalità vera, morale, di vivere la realtà. Nel viaggio compiuto, Luigi attraversa molte città: Vienna, Budapest, Bucarest … Lui non voleva viaggiare, sono le figlie a convincerlo e lui parte insieme a un sacerdote. Mentre è in viaggio scrive loro delle lettere e le figlie gli rispondono. Luigi aveva un rapporto singolare con ogni figlia: è spettacolare vedere come esternasse loro tutti i suoi sentimenti e le sue impressioni. Vedeva qualcosa di bello e importante e lo raccontava, faceva del catechismo con le figlie. Osservava le bellezze nelle città che visitava, ma scrive loro che c’è una “Bellezza” più grande che il suo cuore desidera. Indirizza questa lettera a Maria, la maggiore: «Infine, mia Maria, mia grande, mia prima […] sii più ragionevole del tuo vecchio padre, che ne ha già abbastanza di tutte le bellezze che lo circondano e che sogna il Cielo e l’infinito». Le bellezze anche più grandi non lo affascinano fino in fondo. Queste cose lui non le scriveva al suo confessore, ma alla figlia più grande! Era il cammino di santità che stava compiendo e al tempo stesso stava educando le figlie. Poi continua: «Vanità delle vanità, tutto è vanità, tranne amare Dio e servirLo». E si firma: «Colui che vi ama tutte e vi porta nel proprio cuore».

In un’altra lettera dice che sta osservando tutte queste meraviglie ma non le gusta a pieno perché loro non sono lì con lui. Non vede l’ora di tornare a casa perché la cosa che più lo avvicina a Dio è la bellezza dell’intimità famigliare. È già vedovo quando lo scrive. Vedete com’è per loro la famiglia! Non è il Papa o un uomo vissuto in un monastero che parla. Si capisce allora che è sempre il papà a dare l’esempio alla figlia Teresa, che dirà: «Dio mi ha dato una padre e una madre incomparabili, più degni del cielo che della terra». Teresa ha chiara la coscienza che «Dio l’ha fatta nascere in una terra da profumo verginale». Luigi e Zelia sono gli educatori di uno dei più importanti dottori della Chiesa. Teresa ha sviluppato una particolare santità in monastero, ma l’aveva già assorbita e vissuta nell’ambiente famigliare. Tutte le figlie hanno intuito dai loro genitori il fascino della verginità, hanno sentito una chiamata grazie all’amore sincero, grande e fedele dei genitori.

Vediamo come il Cristianesimo definisce la santità di una coppia coniugale: «Alla luce del piano di Dio il matrimonio cos’è se non la glorificazione del corpo dell’uomo e della donna? […] L’atto coniugale degli sposi  per la grazia del sacramento del matrimonio è chiamato a diventare opera di santità non soltanto per gli sposi ma per la Chiesa intera». L’atto coniugale degli sposi, compiuto nella grazia del Sacramento del matrimonio, è chiamato (vocazione) a diventare opera di santità! La santità non è un sentimento, è un’opera che si compie pian piano nella vita. Non soltanto una santità per gli sposi stessi, ma anche per tutta la Chiesa. Questa affermazione emerge dalle Catechesi di Giovanni Paolo II fatte negli anni Ottanta, che è un peccato aver messo da parte. Gesù ha pronunciato il Discorso della montagna, noi contrapponiamo spesso una montagna di discorsi! I coniugi Martin avevano solo il Discorso della montagna (che trova nelle “beatitudini” il suo apice) come loro punto di riferimento. In cosa sono diventati santi? Lavando i piatti, piangendo e ridendo di gusto quando era il momento. Si divertivano, ma sempre alla presenza di Dio. Luigi diceva che in famiglia Dio era “il primo ad essere servito”. Nella vita coniugale dei Martin abbiamo questa splendida testimonianza di vita cristiana. Educare i figli al cielo era l’orizzonte di mamma Martin. L’ambito dell’educazione non si esauriva nell’orizzonte terreno: hanno educato i figli alla vita eterna. Zelia aveva creato una preghiera che racchiude lo stile di vita e il metodo educativo dei coniugi: certo e dolce. Secondo loro la severità faceva crescere degli schiavi, non dei figli. Zelia ha anche incontrato delle difficoltà, non tutti erano tranquilli come Teresa. Anzi, anche Teresina aveva un bel carattere: quando era piccola augurava alla mamma di morire, perché le diceva sempre che per vedere Dio bisognava morire. Teresa faceva tanti capricci e Zelia usava anche dei metodi punitivi che ora noi condanneremmo. Quando aveva quattro anni e mezzo viene chiusa al buio in cantina dalla mamma. Ci si attenderebbero strilla, urla, promesse di cambiamento. Invece Teresa stava zitta e in questo modo ha costretto Zelia ad andarla a prendere. Il castigo si è annullato. Teresa prende la mamma dalla parte del cuore: tu mi hai messo qui e tu mi vieni a prendere. Questa esperienza sarà importante per tutta la sua vita. Teresa impara a non fare capricci con Gesù, ad attenderlo, ad aspettare che sia Lui a smuovere le situazioni, sta ad aspettare che venga lui a liberarla. Oppure Teresa impara fare le cose non per piacere a mamma e papà, come spesso in casa educhiamo. Zelia e Luigi hanno insegnato a far le cose per piacere a Dio e gratis. Tutto questo viene insegnato alle figlie per mezzo di questa preghiera, che Zelia inventa prima di morire. Qui c’è tutto l’orizzonte educativo della famiglia:

«Mio Dio, ti offro il mio cuore.

Prendilo se ti fa piacere,

così che nessuna creatura lo possa possedere,

ma solo Tu, mio Buon Gesù!».

Cosa si fa coi bambini al mattino di solito? Zelia andava a messa, tornava a casa e la prima cosa che chiedeva alle figlie era: «Hai già offerto il tuo cuore a Gesù?». Non solo lo aveva insegnato, ma verificava che le bambine pregassero da sole. Dentro a questa preghiera ci sono due insegnamenti capitali. Era il metodo con cui Luigi e Zelia si amavano: il cuore di lei e di lui apparteneva a Gesù, non a loro. Per prima cosa insegnavano ai bambini che non appartenevano a mamma e a papà: erano di Gesù. Questo valore è rivoluzionario. Chi ce lo insegna oggi? La prima cosa che facciamo la mattina è prendere un goccio di caffè, poi dopo magari sotto la doccia ci viene in mente di ricordarci di Gesù … Il secondo grande insegnamento era far capire ai figli che neanche il cuore apparteneva a loro. Il tuo cuore non è tuo, è di un altro. Io ho capito questa espressione grazie a un bambino di quattro anni e mezzo. Una volta stavo portando le reliquie dei Martin in pellegrinaggio. Questo piccolo bambino voleva confessarsi da me. La mamma cercava di dissuaderlo e gli diceva che non si poteva. Il bambino però continuava a strillare, allora ho deciso di confessarlo. Ci siamo messi in cucina, gli ho fatto il segno di croce e lui mi ha chiesto:

– Tu dici le parolacce? –

– Guarda che sei tu che ti devi confessare, non io! –

– Ma io voglio sapere se mi posso fidare di te. –

– Guarda, io di parolacce ne penso molte, ma cerco di dirne il meno possibile. –

– Bene, allora adesso voglio sapere da te se faccio bene o no a fare questa cosa, perché io voglio bene di più a Gesù che a mamma e papà. –

Io non sapevo cosa rispondere, perché facevo anche fatica a capire come si possa amare Gesù più di qualcuno. Qualche santo mi è venuto in soccorso e ho chiesto al bambino: – Ma, fammi capire, perché vuoi bene di più a Gesù che a mamma e papà? –. Magnifica la risposta: – Perché è Gesù che mi ha dato mamma e papà –. Questa è la logica che usavano i Martin! È Gesù che ti ha dato la morosa, la moglie, la mamma. Quando questo bambino abbracciava la mamma o il papà, l’abbraccio era più grande, perché consapevole che chi gli dava la mamma e il papà era Gesù e che non Gli poteva voler bene se non guardando in faccia loro due. E come faceva a dirGli che Gli voleva bene di più? Abbracciando la mamma e il papà. Siamo capaci di volerci bene così? Guardate che è semplicissimo, la santità è tutta qui! Voler bene a tutti, anche a quelli più discoli, come la figlia Leonia. La mandarono a casa da scuola tre volte e quattro dal monastero. Come ha sofferto il complesso d’inferiorità, come se l’è presa con le sorelle! Era la povertà assoluta che sposava la Povertà di Cristo. Quando scriveva alle sorelle diceva loro di aver poche qualità, nel senso buono, cioè sapeva di avere poche capacità. Ma Teresa le rispondeva dicendo: «Ma tu sei la sposa di Gesù!». La santità nel suo svolgersi più semplice è questo sguardo e questa consapevolezza, quella del bambino. Se uno continua a guardare il marito o la moglie con questo sguardo, ecco la santità! Se continui a pensare che quella persona te l’ha data qualcun altro e dunque Lo ami più di lei/lui, Gesù non ti toglie nulla. È scritto nel Vangelo «chi non rinuncia alla moglie e al marito, non può seguirmi!». Il Vangelo promette il centuplo per chi fa così. C’è da ringraziare il Signore perché ha svelato queste cose ai piccoli. Quando ho sentito quel bambino ho subito telefonato ad un mio amico per dirgli quel che mi era successo. Mi ero persino dimenticato che mi aspettavano per l’incontro. È stata la potenza di Gesù che ti viene incontro attraverso la semplicità. È una prospettiva molto più bella di quella con cui vivono tanti innamorati che vorrebbero volare tre metri sopra il cielo. Se quel dono, quella persona te l’ha data Gesù, con che impegno e amore ti poni di fronte a lei! Luigi e Zelia si sono voluti veramente bene, in questo senso!

Una volta Zelia fa un viaggio con alcune figlie, c’era anche Teresa. Dopo un po’ di giorni però scrive a Luigi e gli dice che non sta bene, che lontano da lui è come un pesce a cui è stata tolta l’acqua e continuava a pensare a cosa stesse facendo lui. Gli dice che torna mercoledì e di farsi trovare alla stazione. In un’altra lettera, scrivendo al fratello, dice che Luigi le rende la vita felice e gioiosa e che augurerebbe a tutte le donne un santo marito come il suo. Si firma nelle lettere «Zelia, tua moglie, che ti ama più di se stessa!». Anche l’unica lettera che Luigi scrive a Zelia è spettacolare. Pensate a cosa scrivevate voi alla vostra morosa. Dove sono le lettere scritte, le parole pronunciate? Come incomincereste una lettera al vostro fidanzato? Luigi inizia la lettera così: «Cara amica …». Il rapporto tra i due aveva conservato una dimensione molto bella. Ci poteva essere ancora un’amicizia, quella che precedeva il fidanzamento. Come se ci fosse una continuità tra l’inizio e il presente. Nel matrimonio non si butta via nulla!

Entrambi i coniugi hanno un’attività lavorativa, ma Luigi cede la sua per aiutare Zelia. Pensate a cosa vuol dire questo! Luigi vedendo le difficoltà della moglie rinuncia al proprio lavoro, il gioielliere, vende l’attività a un nipote e aiuta Zelia. Lei è la più brava merlettaia di Alençon e Luigi va a vendere i suoi prodotti a Parigi. Le scrive dalla città di non preoccuparsi, di non inquietarsi, di sperare nell’aiuto del Buon Dio (nelle lettere che i fidanzati si scrivono oggi c’è il buon Dio?), con cui riusciranno a realizzare la loro industria. Poi Luigi scrive che ha acceso una candela nella chiesa del Sacro Cuore e ha pregato per la moglie e le figlie. Avete provato a entrare in Chiesa e pregare per i figli e per la moglie? Inoltre lui non ha vergogna a dire queste cose alla moglie, ecco dove sta la santità comune, nella libertà di comunicarsi tali esperienze, senza aver paura di essere additato come bigotto. C’era complicità tra i due. Luigi si firma così: «Tuo marito e vero amico che ti ama per tutta la vita!». Per lui la vita ha significato 19 anni di matrimonio e 17 di vedovanza.

Non vi posso dire tutto quello che dovrei, perché sono due i santi, non uno solo … Poi ci sono anche i figli. Prima accennavo a Leonia che è già “Serva di Dio”. Il processo tratterà di questa ragazza che diceva: «Signore nella mia intelligenza hai messo pochi doni, ma se vuoi ti do anche questo!». Ricordate la parabola dei talenti: cosa ha fatto quell’uomo che ne aveva ricevuto uno solo? L’ha sepolto. Lei no! Aveva meno talenti, ma non ha avuto paura e timore e li ha impiegati. In questo sta la sua santità. Capite allora che tutti sono chiamati alla santità. Dio ci dà sempre i mezzi per fare quello che ci chiede. Se dobbiamo scalare una montagna non ci mette addosso le pinne: ci dà la piccozza e gli scarponi. Leonia non è santa come lo è Teresina, ma lo è diventata mettendosi alla sua scuola. Dopo che Teresa è morta, Leonia viene mandata a casa per la terza volta dal monastero. Non era neanche totalmente colpa sua perché era difficile vivere in monastero a quel tempo. Inoltre aveva una psoriasi che le creava problemi nell’osservanza della vita monastica. Però leggendo “Storia di un’anima”, ricomincia il suo percorso. Neanche Zelia e Luigi erano troppo gentili con lei e questo fa capire come siano umani e fallaci anche i santi. Ognuno in casa aveva il suo soprannome: Maria, la maggiore, era il “diamante” di Luigi; Paolina era la “sua perla fine”, Leonia era la “pauvre Leonia”, nel senso di povera intellettualmente, incapace. Non era un bel modo per chiamarla. In questo contesto quante crisi sarebbero sorte a Leonia. Poi veniva Celina, “l’indomabile”. Infine c’era Teresina, la “reginetta”, l’unica che riuscì a dare a sua volte un soprannome al papà: “il mio re, principe di Navarra e di Alençon”. Attraverso questo bellissimo rapporto Teresa dirà: «Dio è più tenero di un buon padre» e chiamerà Dio “papà”! Sperimenta la paternità e la misericordia di Dio, che ha il volto di papà Martin. I figli non si possono amare tutti allo stesso modo. Se uno ha bisogno di uno schiaffo, si dà ad uno solo, non a tutti gli altri. Zelia era molto preoccupata per la figlia Leonia e scrive a Paolina: «Tua sorella è coperta di difetti come un mantello». Capite che è un giudizio un po’ pesante. Eppure Leonia riuscirà a donare tutto quel che ha.

Zelia si ammala per un tumore al seno e Luigi manda lei e altre tre figlie in pellegrinaggio a Lourdes. I soldi, anche in questo caso, non erano un problema. Teresa era l’elemosiniera della famiglia, cioè faceva la carità: i poveri venivano accolti in casa, chiedevano quel che volevano, si sedevano al loro tavolo. Una volta Luigi ha chiamato le figlie, le ha messe in ginocchio davanti al povero e gli ha chiesto di benedirle. Un’altra volta c’era un povero che viveva senza nulla, senza casa. Zelia ha sollecitato il sindaco e le autorità fino a che questo povero non ha ottenuto una casa. Un giorno papà Martin ha incontrato un epilettico in stazione. Tutti lo scansavano, ma lui aspetta che finisca la crisi. Non aveva i soldi per il biglietto e Luigi voleva comprarglielo, ma era rimasto senza denaro. Allora si è tolto il cappello ed è andato a chiedere l’elemosina. Luigi faceva parte della Conferenza di S. Vincenzo de’ Paoli. Erano anni particolari: nasceva la borghesia e il comunismo. In questo ambiente Luigi non era per niente un vecchio disinteressato ed egoista, era moderno. Frequentava il Movimento liturgico di Francia che metterà a disposizione dei francesi l’anno liturgico ancor prima del Concilio Vaticano II. Questa parola è stata adottata poi nel Concilio, ma Luigi si documentava già prima. Non era un uomo che subiva, ma si interessava.

Per fare il miracolo a Cana, Dio ha bisogno della nostra acqua, cioè di quello che abbiamo e Gli mettiamo a disposizione. E c’è bisogno di porsi con lo sguardo di quel bambino di quattro anni e mezzo. La canonizzazione di questi santi è importante per il nostro tempo. Qualcuno dice che sono stati considerati solo adesso dalla Chiesa perché c’è la crisi della famiglia. In realtà tra le carte raccolte per il processo c’è un documento del 1946, sessantanove anni fa, in cui si parla di crisi della famiglia e il processo dei Martin non era ancora iniziato. Quindi quando i giornalisti mi chiedono perché sono diventati santi in questo periodo la risposta è molto semplice: prima non facevano i miracoli e ora sì. Ma i miracoli non li fanno loro, li fa Dio! Ed è un momento storico preferito, perché abbiamo bisogno di santi che ci mostrino questa strada cristiana.

I coniugi Martin hanno trascorso la loro vita nella pratica delle opere di misericordia corporali e spirituali. L’anno della misericordia ci aiuti a riscoprire tutto questo. Ad undici anni Teresa prega per un peccatore, un assassino, perché non vada all’Inferno. Come regalo di compleanno Teresa chiedeva a Gesù che nessuno vi andasse. I mistici (Teresa lo era già ad undici anni) non sopportano l’Inferno. Caterina da Siena diceva di volersi tenere alla bocca dell’Inferno perché nessuno vi entrasse. L’uomo per cui Teresa prega, Enrico Pranzini, aveva assassinato tre persone ed era stato condannato alla ghigliottina. Teresa si mette a pregare, ma capisce che la sua preghiera è poca cosa. Allora fa celebrare una Messa ed offre i meriti di Gesù, per intercessione della Madonna perché Dio lo perdoni. Era convinta che Dio lo avrebbe potuto perdonare anche se lui non si fosse confessato. Il che è una cosa che ci risulta un po’ strana, ma è la certezza che solo i mistici possono avere. Teresa però chiede un segno a Dio, a conferma che lo abbia realmente perdonato. Il giorno dell’esecuzione, Pranzini si rifiuta di confessarsi, ma poco prima di morire dà spontaneamente tre baci al crocifisso del cappellano che gli era accanto. Teresa legge dal giornale – che il papà gli aveva proibito di leggere – questa notizia. Allora scoppia a piangere perché Gesù l’ha esaudita: lui non si è confessato, ma Dio l’ha perdonato e ha dato un segno a Teresina. Caterina da Siena e Teresina si fanno eco. Anche a Caterina capita di aiutare un carcerato a vivere la sua morte come se fosse uno sposalizio con Cristo. Il giorno dell’esecuzione, quando quest’uomo abbassa la testa verso la ghigliottina anche lei abbassa la testa, per incoraggiarlo. Mentre muore lui continua a dire “Caterina” e “Gesù”. Ed è proprio lei che compie questo sposalizio della sua anima con Gesù, tenendogli la testa tra le mani mentre scende la scure del boia. Poi gli chiude gli occhi, che è il più bel gesto cristiano che si possa fare: chiudere gli occhi alla vita per aprirli a Dio!

(appunti non rivisti dall’autore)

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