“E se la tromba emette un suono confuso, chi si preparerà alla battaglia?” (1Cor 14,8)

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“E se la tromba emette un suono confuso, chi si preparerà alla battaglia?” (1Cor 14,8)

«Suoni la tromba, e intrepido Io pugnerò da forte; Bello è affrontar la morte Gridando: libertà!»

Si canta così nell’opera lirica “I Puritani” del catanese Vincenzo Bellini (1801-1835). Il testo è di Carlo Pepoli (1796-1881).

https://www.youtube.com/watch?v=aCr4RdrdQTo

Riprendo così perché, dopo la quiete natalizia, ritorno a suonare la tromba… in un momento estremamente determinante: l’imminente ripresa della discussione in Senato della proposta di legge “Cirinnà” sulle cosiddette “unioni civili” il 26 gennaio.

La prima battaglia contro questa legge altamente iniqua va fatta con la preghiera, in ginocchio. Ciò che vi ho indicato settimana scorsa con la proposta dell'”Ora di guardia”.

La seconda battaglia va fatta con la ragioneIl friulano don Alessio Geretti, intervenendo al Congresso Nazionale del comitato “Difendiamo i nostri figli” del 12 dicembre 2015, ha descritto bene la situazione in atto nel nostro Paese, che esige da ciascuno di noi il dovere di agire e reagire insieme. Egli ha detto che sono in atto tre inaccettabili tentativi di forzare la realtà per adeguarla a una visione della persona e della vita umana che è falsa e nociva.

Prima di tutto, c’è il tentativo di forzare l’ordinamento della Repubblica Italiana, che, a partire dalla sua Costituzione, è il frutto di una mirabile convergenza tra tradizioni culturali e giuridiche diverse e vivaci, che han saputo ricostruire il nostro Paese dopo immani tragedie perché han riconosciuto insieme quali sono i fondamenti di una società sana. Il ritratto di persona, famiglia e società che in quell’ordinamento troviamo non è cattolico, anche se i cattolici hanno contribuito a delinearlo nitidamente: è semplicemente autentico, cioè corrisponde alla realtà.

Il secondo tentativo in atto è quello di forzare il pensiero. Nel XXI secolo pare che dovremmo convincerci che lo Stato può e anzi deve prendersi cura di un legame affettivo anche se tra due persone non c’è differenza sessuale o anche se tra due persone non c’è alcun patto di reciproca responsabilità. Ma non è così: l’ordinamento in uno Stato deve prendersi cura delle persone, permettere quei legami il cui fine è buono per la società e prendersi cura di quelli il cui fine è essenziale e prioritario per la società stessa. Nessuno di noi pensa, dunque, che lo Stato debba “punire” le unioni omosessuali o le persone che li vivono; ma per quale ragione giuridica dovrebbe prendersi cura della loro unione (ripeto: non dei loro diritti personali)? Specificando meglio: per quale motivo non si dovrebbe estendere allora tale cura direttamente a tutti i possibili variopinti intrecci affettivi, anche fra tre o più persone maggiorenni, di sesso diverso o uguale, alcuni dei quali vantano oltretutto secolari tradizioni culturali alle loro spalle (la poligamia presso certe società e religioni)? La ragione del numero due, nel patto matrimoniale e nell’attenzione che il diritto gli riserva, è il riconoscimento della pari dignità personale tra sessi diversi e la possibilità che la coppia generi figli: la procreazione, infatti, per ragioni genetiche che nessun parlamento può riformare, comporta l’unione sistematica dei patrimoni genetici di esattamente due individui. Perciò il diritto matrimoniale si occupa dei rapporti tra gli adulti sposati e i loro figli: il legislatore prende atto che nella realtà il matrimonio tra l’uomo e la donna è strutturalmente connesso con la possibile procreazione e educazione della prole. Per quale ragione, invece, il legislatore che decide di occuparsi del legame d’affetto tra due uomini o tra due donne, dovrebbe occuparsi anche della possibilità che essi siano o diventino genitori? Se ciò accadesse, sarebbe un estendere di fatto la disciplina matrimoniale a ciò che matrimonio non è, fingendo oltretutto di sapere benissimo la distinzione. Il fatto che due uomini o due donne si vogliano bene e il generare un figlio non hanno alcun nesso reale, se non nel capriccio degli individui. E se i figli c’erano già, le questioni che li riguardano vanno eventualmente affrontate rivedendo il diritto dell’adozione, che è la sede corretta per ragionare sul bene dei figli e non sui desideri degli adulti.

Il terzo tentativo in atto, poi, è quello di forzare il discernimento, la capacità di giudizio anche dentro il mondo credente, snervandola un po’. A furia di adeguamenti, innovazioni, riforme e modernizzazioni, si profila un genere di mondo sostanzialmente alternativo a quello pensato dal Creatore, per di più attraversato dalla pretesa di essere migliore del suo, più giusto e più felice. I credenti, su queste materie, non si preoccupano di difendere qualche modello ritagliato su misura per chi ha fede, qualche convincimento cattolico da imporre a chi cattolico non è: hanno soltanto ricevuto anche dalla fede la conferma di quello che, vivendo onestamente, ogni uomo coglie con la sua ragione, e cioè che la struttura della persona umana, quella che c’è di fatto – il credente può dire: quella che Dio ha voluto –, è buona, e le altre versioni proposte dalle culture o dai loro vaneggiamenti antichi o recenti comportano conseguenze cattive anche se fossero ispirate da intenzioni buone.

Ma un punto, insidioso, merita ancora attenzione. Ci poniamo talvolta il problema di agire in modo da evitare di provocare spaccature. Ebbene, noi dovremo evitare il livore, l’arroganza, la mancanza di buon gusto; però, abbiamo abbastanza buona educazione da poter rimanere signorili senza diventare muti e confusi. Dicono: «costruiamo ponti, non eleviamo muri». Ma ora la questione sono proprio i “ponti”. Qui la questione è che i ponti fondamentali, quelli che fanno vivere una società, li stanno facendo saltare vergognosamente coloro che propongono la confusione di genere o i disegni di legge di genere confuso. Fanno saltare i ponti tra famiglia e scuola, tra l’identità psicologica e la propria carne, tra amore e responsabilità, tra i vincoli e i patti di cui una società vive e le sue leggi. Noi non eleviamo muri: noi ricostruiamo i ponti minati!

Per queste ragioni possiamo e dobbiamo agire e reagire insieme. E se talvolta si dice che dovremmo testimoniare piuttosto che manifestare, con ciò si dimentica che la pubblica manifestazione è una forma di testimonianza, altrettanto necessaria (e non solo legittima) della testimonianza domestica, quotidiana, da seme nascosto. Potrà essere che si ottenga o meno un risultato, ma ci sono momenti e circostanze in cui occorre prendere posizione in forma chiara e manifesta a prescindere dall’effetto che si otterrà. E’ necessario manifestare e riempire piazze quando i nostri bambini e i nostri giovani rischiano d’essere falciati dalle più subdole e letali raffiche che ci siano (non solo quelle dei terroristi islamici): quelle della bugia organizzata.

Per avere una visione più completa del problema vi indico questi interessantissimi link:

http://www.vanthuanobservatory.org/notizie-dsc/notizia-dsc.php?lang=it&id=2279

http://www.tempi.it/di-nuovo-in-piazza-contro-le-unioni-civili-il-ddl-cirinna-e-un-progetto-iniquo-ingiusto-e-inutile#.VpZKKGdIjIU

La terza battaglia deve essere dunque quella di “scendere in piazza”, per far udire la voce di un popolo che non vuole abdicare alle sue radici culturali e umane. Scendere in piazza per testimoniare ciò in cui crede con il proprio corpo e con la propria feconda unità. Scendere in piazza per dire a chi ha responsabilità politiche che chi siede in Parlamento ha il dovere di rappresentare i cittadini reali e non le lobby di pensiero dominanti.

In attesa che il “Comitato Difendiamo i nostri Figli” decida la data della grande manifestazione nazionale a Roma, che vi comunicherò non appena l’avrò appresa, le Sentinelle in Piedi tornano a vegliare nelle piazze di tante nostre città. Anche a Milano,

Sabato 23 gennaio 2016 ore 16.30 in piazza XXV aprile

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