Ci scrive la ‘videomaker’. La nostra risposta

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Ci scrive la ‘videomaker’. La nostra risposta

Volentieri riceviamo e pubblichiamo il commento della videomaker che ha girato il video “Ma il cielo è sempre più blu”, voluto dal comune di Sesto San Giovanni, al nostro articolo. Sebbene certi che le parole dell’autrice bastino e avanzino per descrivere l’obiettivo dell'”opera” non abbiamo resistito a una breve risposta, in calce.

Preciso alcune dei vostri madornali errori dovuti ad evidente ignoranza. Su tutto.

– Il video è stampato su dvd. Sui cd ci entra a stento la copertina.
– Il titolo della mia videoinchiesta è “Ma il cielo è sempre più blu”, ma.
– Il video è un’opera artistica documentativa, e io sono una videomaker, non un’educatrice, tantomeno un educatore. I video si fanno riprendendo e montando il girato. Non credo di dover fornire informazioni circa le scelte stilstiche che agisco in una mia opera, che non ha nessuna pretesa se non quella di esser tale, ma, poiché mi sembra questo il luogo incline a illazioni e malizie, voi preciso che ho tagliato i tempi morti e ho tenuto TUTTE le risposte. La frase “A questo punto” era riferita a “a questo punto dell’intervista”, pensavo che i ragiomenti di un bambino fossero chiari per un adulto ma evidentemente mi sbagliavo.
– La domande non vengono indotte e la vostra è diffamazione. Nessuno cerca di indottrinare è solo una presa di coscienza della realtà. Se vi appare così minacciosa, è segno che il cambiamento cui tentate ottusamente di opporvi è già in atto. Presto bambini e bambine saranno liber* di essere sé stess*, fuori dalle concrezioni stereotipiche retrograde di chi vuole i maschi a lavoro e le femmine a casa.
– Non capisco il riferimento anticlericale nelle risposte delle bambine che dicono “le femmine non possono fare il prete”. Cioè volete contestare e strumentalizzare ciò che una bambina spontanemente ha riferito? Volete accusarla di istigazione all’accusa anticattolica? Poi sarei quella che dirige e indottrina le risposte?
– La dinamica “due tempi” non so bene cosa sia. Drammaturgicamente parlando l’ordine delle risposte è una scelta registica. Occorrerebbe conoscere un minimo la materia di cui si vuol disquisire onde evitare di scrivere stupidaggini. Si fanno pessime figure.
– L’inchiesta comprende molte più domande di quelle che avete riportate. Vi invito a documentarvi meglio.
– La domanda paradossale e maligna è quello che veniva rivolta anche a me 30 anni fa. E non mi sembrava né paradossale né maligna, ma lecita. Ora però va di moda ammantare di maligno qualsiasi cosa. In mancanza di argomenti seri a cui appigliarsi.
– Il video non è “un susseguirsi di innumerevoli flash”. Si chiamano inquadrature. Solitamente i film si fanno con quelle. Fare un piano sequenza alla Andy Warhol di Empire, mi sembrava un tantino dispersivo. Il montaggio non è un’attività del maligno. E’ quello che i registi e le registe fanno continuamente. Non c’è niente di peccaminoso, a meno che non ci sia del morboso pruriginoso e malizioso negli interrogativi viziati di chi fruisce l’opera in condizione di onanismo mentale.

Concludo chiedendovi perché mai vi scagliate così violentemente verso il mio documentario, se voi stessi trovate che i bambini e le bambine riportino risposte “corrette”. Corrette per voi, perché ciò che io dico ai/lle piccoli/e intervistati/e, è che non ci sono risposte giuste o risposte sbagliate, c’è solo la loro opinione, ed è quella che trova il diritto di espressione nell’intervista. Ciò che faccio è una fotografia della realtà. E basta. Qualsiasi condizionamento, induzione, filtro, vanificherebbe il mio lavoro.
Una fotografia della realtà. Perché vi appare così minacciosa?

Alessandra Ghimenti


Carissim* signor* Alessandr* Ghimenti,

che lei fosse «un* videomaker, non un’educatrice, tantomeno un educatore» ce n’eravamo accorti da subito.

Infatti, fare 22 domande a 70 bambini e bambine con 5 ore di girato in 3 giorni di riprese, avendo poi il coraggio di affermare che «è solo una presa di coscienza della realtà», è quanto di più contraddittorio possa esserci con una dinamica autenticamente educativa (che richiede tempo, capacità di stabilire un rapporto, gradualità, non privilegiare uno schema che si abbia già presente nella mente rispetto all’osservazione intera, appassionata, insistente della realtà così com’è e soprattutto capacità di suscitare le domande, non tanto di porle a bruciapelo). J.A. Jungmann definisce l’educazione come «introduzione alla realtà totale». La visione della realtà (parziale-ideologica) che ha in testa lei è ben descritta dalla sua affermazione tranchant: «Presto bambin* e bambin* saranno liber* di essere sé stess*, fuori dalle concrezioni stereotipiche retrograde di chi vuole i maschi a(l) lavoro e le femmine a casa».

Lei afferma: «Non ci sono risposte giuste o risposte sbagliate, c’è solo la loro (mia-tua-sua-nostra-vostra) opinione», e contemporaneamente: «Ciò che faccio è una fotografia della realtà».

Quale realtà? Se tutto è “opinione” si può ancora affermare che esista la realtà nella sua oggettività? Lei fotografa la realtà o un ventaglio di opinioni opinabili (indotte-estorte-utilizzate) contrabbandate per realtà?

Henri-Louis Bergson nel suo “Saggio sui dati immediati della coscienza” scrive: «Le opinioni alle quali teniamo di più sono quelle di cui più difficilmente potremmo render conto, e le ragioni stesse con le quali le giustifichiamo sono raramente le stesse che ci hanno indotti ad adottarle».

Le “opinioni” sono come le monete. Ci sono quelle autentiche ma ci sono anche quelle false che vengono coniate dai falsari e poi spese da persone oneste che perpetuano, senza rendersene conto, l’imbroglio!

Distinti saluti.

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