Guardando IL CIELO SEMPRE PIÙ BLU…appunti

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Guardando IL CIELO SEMPRE PIÙ BLU…appunti

Succede nelle scuole elementari, ad opera del comune. «A me comunque piace sempre essere un maschio!», afferma netto un bambino. «Proveresti ad essere dell’altro sesso solo per un giorno?». «Per me questa domanda non è poi così allettante!».

Strano metodo educativo, quello di insinuare surrettiziamente dubbi e curiosità inutili sulla realtà: ma perché non potresti essere il contrario di quello che sei? Basta volerlo …

L’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Sesto San Giovanni ha organizzato nel mese di settembre dell’anno scorso il progetto “Così sono se mi pare – Oltre gli stereotipi la sfida della parità”, approvato e finanziato dalla Regione Lombardia nell’ambito dell’iniziativa “Progettare la parità in Lombardia 2014”. Il progetto si è articolato in diverse iniziative, tra cui una video-inchiesta sui ruoli e gli stereotipi di genere “Ma il cielo è sempre più blu”, svoltasi coi bambini e le bambine delle scuole elementari “G. Pascoli” e “Martiri della Libertà”. La video-inchiesta è stata riprodotta in un CD che è stato regalato ai genitori e agli insegnanti in occasione del convegno conclusivo del 7 novembre 2014 “Una giornata del genere”.
Autrice della video-inchiesta è Alessandra Ghimenti, videomaker freelance, docente presso la Libera Università delle Donne, attenta in particolare verso le tematiche legate al genere e alle donne. Dal 2009 sviluppa la video-inchiesta “Ma il cielo è sempre più blu”. Sul suo blog ha scritto: «È stato il quarto capitolo di “Ma il cielo è sempre più blu” quello realizzato a Sesto San Giovanni … È stato girato a settembre e subito montato. 70 bambini e bambine, 5 ore di girato, 3 giorni di riprese, 1 microfono rotto, 2 versioni definitive, 100 dvd, 2 settimane per montarlo, 4 notti al pc, 1 progetto, infinite mail, il convegno conclusivo».
Il convegno conclusivo è stato organizzato e coordinato da Assunta Sarlo (giornalista, associazione “Usciamo dal silenzio”). Oltre alle varie autorità intervengono:
 Marina Piazza, sociologa
 Letizia Lambertini, antropologa e formatrice
 Alessio Miceli, insegnante, associazione “Maschile plurale”
 Marina Cosi, giornalista, associazione “Gi.u.li.a giornaliste”
Sull’intestazione del CD leggiamo: «Una video inchiesta sugli stereotipi di genere con i bambini e bambine della scuola primaria». Il termine “stereotipo” deriva dal greco stereós: saldo, solido, duro, rigido; týpos: impronta. Il vocabolario spiega che stereotipo è «un’opinione rigidamente precostituita e generalizzata, non acquisita sulla base di un’esperienza diretta, che prescinde dalla valutazione dei singoli casi. Percezione rigida ed eccessivamente semplificata o distorta di un aspetto della realtà. Luogo comune, cliché».
I bambini della scuola primaria (5-10 anni), privi di ogni forma di autocensura, materia ancora malleabile, esprimono meglio di ogni altro individuo le impronte che già sono state impresse in loro dalla famiglia e dalla cultura. Contemporaneamente, essendo ancora malleabili, è già possibile cancellare o rettificare in loro ogni impronta distorta per imprimerne, finalmente, di più corrette. Nella progressiva riflessione che matura nei bambini nel corso della video-inchiesta, accade, infatti, che essi arrivino a cambiare le loro posizioni originarie.
C’è un sottotitolo importante della video-inchiesta: «Così sono se mi pare. Oltre gli stereotipi la sfida della parità». La “parità” non consisterebbe semplicemente nel riconoscere la pari dignità tra maschi e femmine, piuttosto essa si realizzerebbe eliminando ogni differenza. Solo facendo “tabula rasa” di ogni differenza si può creare un indistinto omologato su cui costruire l’immagine di sé, dove è solo ed esclusivamente il soggetto a decidere chi vuole essere, al di là di tutti i possibili condizionamenti antecedenti fisici, biologici, culturali. L’unica impronta valida e da tutti riconoscibile sarebbe soltanto quella che ciascuno dà, in assoluta autonomia, a se stesso.
Vediamo ora le domande che nell’inchiesta vengono fatte ai bambini e alle bambine:
 Che cosa vuoi fare da grande?
 Per quale motivo?
 C’è differenza tra maschi e femmine?
 Che differenza c’è?
 Come sono i maschi che conosci?
 Come sono le femmine che conosci?
 C’è qualcosa che le femmine non possono fare?
 C’è qualcosa che i maschi non possono fare?
 C’è qualcosa che una femmina deve saper fare?
 C’è qualcosa che un maschio deve saper fare?
 Chi si occuperà dei figli nella tua futura famiglia?
 Chi pulirà la casa?
 Chi cucinerà?
 Chi stirerà?
 Chi farà la lavatrice?
 Una donna senza figli può essere felice?
 Un uomo senza figli può essere felice?
Ti piace essere maschio/femmina?
 Perché?
Proveresti ad essere dell’altro sesso solo per un giorno?
 Perché sì? Perché no?
C’è differenza fra la vita che hanno fatto i tuoi nonni e la vita dei tuoi genitori?
Si parte dalla più scontata: «Cosa vuoi fare da grande?» per arrivare alle più insidiose: «Ti piace essere maschio/femmina?», «Proveresti ad essere dell’altro sesso per un giorno?». Strano metodo educativo, quello di insinuare surrettiziamente dubbi e curiosità inutili sulla realtà: ma perché non potresti essere il contrario di quello che sei? Basta volerlo …. Ci sembra che il vero criterio che l’educatore debba utilizzare sia quello di introdurre alla realtà totale, non quello di insinuare dubbi sulla realtà. È assai più fruttuoso partire dalle certezze che dal dubbio. A meno che non si voglia instillare un atteggiamento assai pericoloso di “dubbio sistematico”.
L’ultima domanda dell’inchiesta dice assai più di ogni altra la posizione relativista di chi ha proposto questa iniziativa: «C’è differenza fra la vita che hanno fatto i tuoi nonni e la vita dei tuoi genitori?». Che bella scoperta! Dunque ci sarà sempre differenza su tutto, perché tutto cambia, tutto è relativo. Come dire: «O lasciamo che tutto sia determinato dalla cultura o, finalmente, lo pensiamo come frutto della libera decisione del singolo». Sembra non esserci scampo! Sulla “natura” come riferimento oggettivo, neanche una parola!
Dall’insieme delle risposte emerge comunque la spontaneità e la semplicità dei bambini che hanno ben chiaro in mente le evidenze elementari inscritte nella realtà e che in loro non sono ancora state distorte dalle complicazioni degli adulti. Emerge in loro un rispetto reciproco e un senso innato di apertura e di collaborazione, altro che discriminazioni! Una capacità di apprezzare e di stimare la diversità, accompagnata da un atteggiamento che coglie naturalmente la complementarietà, alieno da ogni sorta di antagonismo. Le complicazioni e le distorsioni nella percezione della realtà sono indotte, casomai, dagli adulti. Se anche gli adulti mantenessero la semplicità dei bambini ci guadagneremmo veramente tutti! Essi, nella loro semplicità, ci riportano immediatamente alla realtà: «I bambini hanno il pisellino, le bambine hanno la patatina!», «I maschi non possono fare la spaccata come le femmine», «I maschi non possono partorire», «I maschi non possono fare i bambini», «I maschi non possono diventare mamma, le femmine non possono diventare papà», «I maschi e le femmine hanno un diverso carattere».
In una inchiesta “politically correct” che si rispetti, non può mancare il riferimento ai retaggi maschilisti e retrogradi del mondo ecclesiastico. Alla domanda: «C’è qualcosa che le femmine non possono fare?», piovono le risposte: «Il prete … Il Papa … Il Cardinale … Il Sacerdote …». Anzi, una bambina spiega con proprietà di linguaggio che è stata in vacanza in Grecia e che ha visitato il Monastero del Monte Athos dove possono entrare solo uomini e il divieto si estende anche agli animali di sesso femminile.
Nella maggior parte delle risposte alle domande abbiamo notato la dinamica dei “due tempi”: in un primo tempo i bambini rispondono di botto, con estrema spontaneità, ma poi, in un secondo tempo, correggono le loro risposte, che si fanno più problematiche. Però non ci è dato sapere cosa sia intercorso tra il primo e il secondo tempo. Nel modo di parlare dei bambini si palesa evidentemente che certe risposte sono state “indotte”, come quando un bambino esce con questa espressione: «A questo punto io direi che …». Come è arrivato a “quel punto”?
Le domande che si fanno a un bambino, per non essere astratte, devono partire sempre dalla sua esperienza ed essere inerenti alla realtà con cui lui stesso ha a che fare. Che senso ha domandare a un bambino: «Chi si occuperà dei figli nella tua famiglia?».
Il modello di riferimento che i bambini hanno è quello della loro famiglia. Ponendo loro domande insidiose, si rischia di creare dissidio tra la realtà concreta della famiglia di appartenenza e i modelli che si vogliono surrettiziamente inculcare. È ai genitori che spetta il diritto-dovere primario dell’educazione dei propri figli!
Sempre a proposito della dinamica dei “due tempi” sono interessantissime anche le risposte alla domanda paradossale e maligna: «Ti piace essere maschio/femmina?». Dal “sì” secco, si passa al «Mah, un giorno vorrei provare ad essere una femmina», di un maschietto. E all’insistita domanda: «Proveresti ad essere dell’altro sesso solo per un giorno?», si passa dal “no” secco al “così, così”, al «Vabbè, per un giorno vorrei anche provare … per un giorno solo però … un giorno solo mi basta (vediamo di non esagerare con queste sciocchezze ndr.)», oppure al «Va bene, proviamo … (se proprio insisti, ndr.)». Poi, inesorabilmente, emerge la voce della verità («Il Re è nudo!» ndr.): «Per me questa domanda non è poi così allettante!».
Uno direbbe: «Punto! Non creiamo ulteriore confusione!». E invece no, imperterrita, arriva l’ulteriore domanda: «Perché sì/perché no?». Anche qui i due tempi. All’inizio la voce dell’evidenza: «Perché tutte le femmine sono sempre … come dire … “gnignignigni” …», dice a disagio un bambino. E due bambine: «Non mi sentirei me stessa», «Come Dio mi ha creato, io mi accetto». Poi si arriva progressivamente al: «Sì, per capire come si sentono», «Per provare nuove esperienze (ma cos’è l’esperienza? ndr.)». Infine la realtà, testarda, ha di nuovo il sopravvento: «A me comunque piace sempre essere un maschio!», afferma netto un bambino.
In tutto il video non si vede mai il volto di un adulto. Eppure, com’è fondamentale nella dinamica educativa la presenza dell’adulto che entra in rapporto col bambino! Perché non si sono mostrati? Per illuderci che gli unici veri protagonisti erano proprio loro, i bambini? Mah … È sempre meglio sapere chi sia il regista, per evitare di fare la fine del povero Truman: «È tutto reale … è tutto vero … non c’è niente di inventato … niente di quello che vedi nello show è finto … è semplicemente controllato», dice il regista demiurgo nel film The Truman Show.
Il video, che necessariamente è stato scomposto e ricomposto, è un susseguirsi di innumerevoli flash che danno l’impressione di una grande frammentazione. Ci ha colpito molto che alla domanda: «Ti piace essere maschio/femmina?», una bambina, timidamente, sotto voce, quasi schernendosi, abbia risposto: «No!». Ci siamo domandati: «Perché risponde così?». Dal video non ci è dato sapere. La singola persona nella sua interezza e con le sue problematiche svanisce di fronte alla frammentazione e alla “ricostruzione” che la regia nel video fa della realtà.
Al termine del CD vengono espressi i ringraziamenti finali: «Grazie soprattutto ai bambini per la loro smisurata pazienza». È certamente l’affermazione più azzeccata fatta dagli adulti implicati in questa iniziativa. Sottrarre del tempo ai bambini e sottoporli a un esperimento di questo genere, è veramente chiedere loro una “pazienza” smisurata. Ma tant’è, questo succede sempre quando gli adulti vogliono imporre i loro cliché (stereotipi), anche se “aggiornati” secondo il nuovo mainstream.

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  1. la scusa è la (giustissima) lotta alle discriminazioni; il fine è indottrinare i fanciulli; i mezzi sono quelli collaudati del trasbordo inavvertito; gli operatori, guarda caso, sono sempre e solo LGBTQ (lesbiche gay bisex trans); chi si oppone viene deriso, bollato di omofobia o, nella migliore delle ipotesi, definito retrivo come ha scritto la regista del Cielo sempre più blu (che a pare sempre più nero) signora Ghimenti.
    Ma il Comune ha anche speso soldi dei contribuenti per queste iniziative pro gender?!

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  2. Preciso alcune dei vostri madornali errori dovuti ad evidente ignoranza. Su tutto.

    – Il video è stampato su dvd. Sui cd ci entra a stento la copertina.
    – Il titolo della mia videoinchiesta è “Ma il cielo è sempre più blu”, ma.
    – Il video è un’opera artistica documentativa, e io sono una videomaker, non un’educatrice, tantomeno un educatore. I video si fanno riprendendo e montando il girato. Non credo di dover fornire informazioni circa le scelte stilstiche che agisco in una mia opera, che non ha nessuna pretesa se non quella di esser tale, ma, poiché mi sembra questo il luogo incline a illazioni e malizie, voi preciso che ho tagliato i tempi morti e ho tenuto TUTTE le risposte. La frase “A questo punto” era riferita a “a questo punto dell’intervista”, pensavo che i ragiomenti di un bambino fossero chiari per un adulto ma evidentemente mi sbagliavo.
    – La domande non vengono indotte e la vostra è diffamazione. Nessuno cerca di indottrinare è solo una presa di coscienza della realtà. Se vi appare così minacciosa, è segno che il cambiamento cui tentate ottusamente di opporvi è già in atto. Presto bambini e bambine saranno liber* di essere sé stess*, fuori dalle concrezioni stereotipiche retrograde di chi vuole i maschi a lavoro e le femmine a casa.
    – Non capisco il riferimento anticlericale nelle risposte delle bambine che dicono “le femmine non possono fare il prete”. Cioè volete contestare e strumentalizzare ciò che una bambina spontanemente ha riferito? Volete accusarla di istigazione all’accusa anticattolica? Poi sarei quella che dirige e indottrina le risposte?
    – La dinamica “due tempi” non so bene cosa sia. Drammaturgicamente parlando l’ordine delle risposte è una scelta registica. Occorrerebbe conoscere un minimo la materia di cui si vuol disquisire onde evitare di scrivere stupidaggini. Si fanno pessime figure.
    – L’inchiesta comprende molte più domande di quelle che avete riportate. Vi invito a documentarvi meglio.
    – La domanda paradossale e maligna è quello che veniva rivolta anche a me 30 anni fa. E non mi sembrava né paradossale né maligna, ma lecita. Ora però va di moda ammantare di maligno qualsiasi cosa. In mancanza di argomenti seri a cui appigliarsi.
    – Il video non è “un susseguirsi di innumerevoli flash”. Si chiamano inquadrature. Solitamente i film si fanno con quelle. Fare un piano sequenza alla Andy Warhol di Empire, mi sembrava un tantino dispersivo. Il montaggio non è un’attività del maligno. E’ quello che i registi e le registe fanno continuamente. Non c’è niente di peccaminoso, a meno che non ci sia del morboso pruriginoso e malizioso negli interrogativi viziati di chi fruisce l’opera in condizione di onanismo mentale.

    Concludo chiedendovi perché mai vi scagliate così violentemente verso il mio documentario, se voi stessi trovate che i bambini e le bambine riportino risposte “corrette”. Corrette per voi, perché ciò che io dico ai/lle piccoli/e intervistati/e, è che non ci sono risposte giuste o risposte sbagliate, c’è solo la loro opinione, ed è quella che trova il diritto di espressione nell’intervista. Ciò che faccio è una fotografia della realtà. E basta. Qualsiasi condizionamento, induzione, filtro, vanificherebbe il mio lavoro.
    Una fotografia della realtà. Perché vi appare così minacciosa?

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  3. Pingback: Ci scrive la ‘videomaker’. La nostra risposta | Centro Culturale L'Arca - Sesto San Giovanni

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