QUANDO LA SCUOLA SCALZA LA FAMIGLIA ovvero: Come ti indottrino il figlio.

Standard
QUANDO LA SCUOLA SCALZA LA FAMIGLIA ovvero: Come ti indottrino il figlio.

Ho insegnato per diversi anni in un istituto professionale che formava operatori meccanici ed elettronici. Un ambientino complicato: un po’ scuola, un po’ campo rieducativo, con ragazzi spavaldi fuori e fragilissimi dentro, fatto di pugni contro la lavagna, perfide beffe contro quei pochi che avevano voglia di studiare e, per molti di loro, il sogno di sfondare in specialità sportive particolarmente virili come la boxe o il calcio. Entrare lì significava dover escogitare tutti i giorni qualcosa per guadagnare qualche risultato e, nel contempo, non farsi tirare addosso i pomodori: un lavoro a metà tra il docente e l’animatore turistico, che necessitava di tanta, tanta affezione per loro.

E’ per questo che non potrei mai dimenticare il giorno in cui quei baldanzosi quattordici-quindicenni dal linguaggio così sguaiato e carico di una sessualità  greve e prorompente si trovarono di fronte all’operatrice del Consultorio Familiare nell’ambito di un progetto sull’affettività. Erano tempi ancora insospettabili ed io ero molto aperta su queste tematiche; eppure sentivo che la richiesta dell’operatrice di restare sola con loro “per lasciarli liberi ed evitare imbarazzi nel porre domande” non mi convinceva: percepivo che la mia presenza era necessaria per poter valutare che tipo di lavoro si svolgeva e che la mia assenza voleva dire semplicemente consegnarglieli senza riserve, magari anche tradendo la fiducia delle famiglie che mi lasciavano carta bianca su tutti i fronti. No, non avevo il diritto di farlo, a costo di sembrare un’invadente ficcanaso. Io avevo superato un concorso per poter mettere piede in una classe, perdinci: lei, l’operatrice, no. E avevo il sacrosanto dovere di garantire la presenza della scuola.

Così rimasi lì. E allora potei vederle bene quelle espressioni quasi incredule, quelle risatine sommesse a mascherare il disagio, quei volti innocenti (sì, innocenti) che arrossivano imbarazzati e che invocavano riserbo, delicatezza, dolcezza, rispetto. L’operatrice mostrava loro disegni impudichi di peni che entravano in vagine, descriveva come si svolge una visita ginecologica (ma che c’entrava?), mostrava loro uno speculum spiegando a cosa serve e come si usa. Dov’era finita tutta la loro baldanza, l’allegra mascolinità,  la gioiosa spacconaggine di poco prima? Tutto seppellito in un mare di disorientato imbarazzo.

Prevedo le obiezioni: era ora che si facesse educazione sessuale, che cosa mai ci sarebbe di sconveniente nel mostrare immagini anatomiche, è bene che i maschi conoscano le problematiche delle loro coetanee femmine e via dicendo.

E invece no. Non era educazione sessuale, quella. Tantomeno educazione all’affettività. No. Quella era una violenza bella e buona, uno stupro dell’anima, una violazione dello spirito: senza alcun riguardo alla personalità in formazione, alla variegata composizione del nostro essere umani, alla peculiarità dell’essere maschi, alla sessualità primordiale ma in formazione di quegli adolescenti, si spiattellava senza alcun rispetto e senza remore la pura meccanicità di un uomo-macchina.

Ciò che ancora ricordo con amarezza non erano tanto le cose dette (sulle sostanza delle quali ci sarebbe poco da obiettare): era il modo, il porgere con quel tono così brutale proprio ciò che tocca l’intimo nucleo della persona, il suo essere umanità che chiede e offre amore; che invoca, anche se non sempre lo sa, relazioni ben più ricche del puro e semplice contatto sessuale.

Alla scuola superiore molti di questi progetti si svolgono tuttora chiedendo gentilmente all’insegnante di sostare nei pressi dell’aula, quando invece basterebbe fissare con gli studenti un appuntamento in altra sede assicurando, lì sì, tutta la libertà necessaria e richiesta. Che succede, che cosa viene detto, come ci si pone in quelle due ore? E che cosa potrebbe accadere quando in mano a questi operatori-burocrati ci finiscono bimbi della scuola dell’infanzia o primaria, figli di ignari genitori e, magari, alunni di maestre  non sempre informate dei pericoli che corrono? E quand’anche gli insegnanti fossero presenti, quali garanzie potrebbero dare a che i contenuti che passano siano coerenti con le linee educative delle famiglie?

Vigilate,  mamme e papà.  Vigilate. La ministra Giannini ha appena dichiarato che il gender è assente dai progetti che stanno per partire: assicuriamoci tutti che sia sempre così.

In attesa dei tempi migliori, che arriveranno.

Annalisa Grippa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...